Raglio
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di : platero
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Vorrei vedere il blog di :

La ferita
Commenti : 6
platero il 09-Ott-2016 in Generica
E poi è bello perché lo vedi correre. Allora lo guardi. Corre per gioco. Perché le gambe, gli zoccoli, il muso, ogni parte del suo corpo vuole sentire la terra, e l'aria, e la velocità. E capisci che tutto il male è passato. L'odore del disinfettante, il sapore delle medicine, la puntura delle siringhe, le mie parole sussurrate. Ora è tutto passato. Il pelo rasato sta già ricrescendo. Ricoprirà la ferita. Come se volesse distoglierci da quel pensiero. Ma è difficile non pensare, scacciare l'ansia e la paura che qualcosa possa succedere, che si possano fare male, tagliarsi, impigliarsi, strozzarsi, azzopparsi. L'ambiente, finora familiare, all'improvviso rivela mille insidie, mille pericoli. Si analizzano tutti i rischi. Si rasenta la paranoia. Vorremmo controllare tutto, anche i loro pensieri e le loro azioni. Evitare che facciano sciocchezze.
Ma intanto lui ha rallentato la sua corsa, sudato raggiunge il suo compagno, che si è già fermato, che lo aspetta, anche lui sudato per le corse e il gioco.
Passo le dita leggere su quella ferita. La prossima estate sarà ben visibile, lì, sul gomito sinistro. Un nuovo segno sulla pelle, un nuovo racconto nella sua vita, che si aggiunge a tutti gli altri, quelli di cui non so e posso solo supporre.

il pelo e la pelle
Commenti : 12
platero il 27-Giu-2016 in Generica
Ti spazzolo. Con trepidazione. Non è curiosità, è qualcosa di più emozionante. Che mi fa trattenere il respiro. Ogni ciocca di pelo che resta nella spazzola, o che svolazza via, mi rivela qualcosa che non conoscevo. E sei tu. Ma non ti conosco ancora. Potrei anche confonderti con un altro. Non sei ancora UNICO. E allora sento sotto le dita il rilievo di una cicatrice. Sulla coscia qualcosa di più definito, sembra un disegno... ah! è un marchio. Tocco e vedo e ti conosco di più. Leggo la tua storia. Ogni madre che vede nascere il proprio figlio ricorda ogni avvenimento, ogni corcostanza, l'emozione, l'ansia, il senso di colpa, o la rabbia, per ogni singola cicatrice, per ogni ginocchio sbucciato, per ogni taglio, sa dove e perchè e ricorda anche le grida e le lacrime, i rimpoverei e le carezze di consolazione. Ogni segno è un racconto. Un pezzo di una vita, condivisa.
Ma di un figlio adottivo non puoi conoscere le cicatrici. Non quelle sulla pelle. E, forse, neppure quelle profonde, le più nascoste. Ma neppure i nei, le rose nei capelli, o una voglia di fragola. Sono cose che scopri pian piano.
Un'altra ciocca di peli e individuo una linea scura. Ma... l'avevo vista anche un attimo fa... dov'era? ah, si eccola, simmetrica, sull'altra gamba. Hai le zebrature, piccolino mio! che bello, arti zebrati. Mi piace. E il muso, quello è la parte anatomica che cambia di più. Sei più serio, il profilo più affilato, le ossa in evidenza. Dov'è il mio peluche arruffato? La tua pelle è sottile, freme sotto al tocco delle mie dita. Si, è sottile e sensibile. E vulnerabile. Una pagina di piccoli caratteri incisi che scrivono la tua storia. Le tue corse. I tuoi giochi. Le tue sfide. Le volte in cui hai disobbedito. E quelle in cui hai voluto far valere i tuoi diritti. le volte in cui correvi poco, eri lento, e le sfide con amici più forti di te. Leggo la tua pelle, e potrei parlare ore di te, di come ti sto scoprendo, sotto alla folta pelliccia dentro la quale sei giunto da noi. Ma era Novembre. Ora ci spogliamo, insieme, e per la prima volta ti abbraccio, forte, a braccia nude, il tuo collo appoggisto sulla mia spalla. Pelle a pelle. E sento persino il battito del tuo cuore.
Ti conosco. Con trepidazione. Non è curiosità, è qualcosa di più emozionante.


P.S.
oggi ho pensato di scrivere un blog perchè mai era successo che per due mesi nessuno scrivesse più. Non mi piaceva entrare in raglio.com e vedere sempre la solita prima pagina. Così 10 minuti fa ho deciso di scrivere qualcosa, un saluto per augurare a tutti voi buona estate. E spero tanto che presto qualcun altro voglia scrivere qualcosa di nuovo.
Non dovrai più correre
Commenti : 10
platero il 20-Dic-2015 in Generica
Ora non dovrai più correre. Potrai farlo, ma solo se vorrai.
Sei con noi da sei settimane, quasi una quarantena. Giorni in cui ti ho osservato, a volte, lo ammetto: spiato, in cui ho parlato con te, ti ho accarezzato (sei molle, sembri senza ossa!), ti ho spazzolato (sei soffice), ti ho detto dei "No!" e ti ho chiamato. E ho iniziato a conoscerti. Come sei? qual è la tua indole? cosa "sai" fare? come sei stato addestrato? cosa non ti piace? quali sono i tuoi vizi? quali le tue paure?
Ma, soprattutto: stai bene qua? e ancora: vai d'accordo con Pepito?
E Pepito, che da otto anni vive con me, si relaziona con me, ha come riferimento costante e unico me, cosa ne pensa lui? Sei un intruso? un rivale? un amico? un compagno?
Il suo parere è fondamentale. Vorrei che fosse lui, anzi, che foste voi, a decidere.
Non posso fare errori. Non posso fare di una "presunta" infelicità, due infelicità.
Allora vi osservo, vi studio, anche filmandovi. Anche mostrando i filmati a chi può darmi un parere competente, a chi gli asini e i cavalli li cura, a chi gli asini e i cavalli li addestra. A chi conosce meglio di me le dinamiche del branco, i rapporti sociali, le gerarchie. Ma poi, ultima a decidere sono io. Che conosco Pepito. Ma che ancora non ti conosco, Biscotto. Pronuncio il tuo nome, lo mastico in bocca e...mi piace!
Guardo e riguardo i filmati. Guardo e riguardo i tuoi occhi. Cercando una risposta.
Pepito ti cerca, vuole sempre coinvolgerti, vuole giocare. E' insistente, è fastidioso, è invadente: instancabilmente ostinato ad avere un contatto con te. E' affettuoso: cerca il contatto fisico, appoggia la sua testa sulla tua groppa. Tu non invadi il suo spazio, rispetti le distanze: si capisce che a te il branco ha insegnato le regole sociali...e a pensare per te stesso. E tu ti allontani, tu affretti quel tuo passo lento, cerchi di lasciarlo indietro, di scaricare quel testone appoggiato sulla tua schiena. Quando Pepito non si arrende, usi anche le maniere forti. Hai un modo tutto tuo di calciare, alzi il groppone e tac, con entrambi i posteriori, un bel doppio calcio ben assestato. Pepito si allontana, mortificato. Ma allora tu lo provochi, prendi i suoi giocattoli, la palla, un cono, e glieli scuoti davanti al naso: fatico a capirti. Il gioco riprende, vi impennate, rampate, uno inciampa, l'altro esita, Pepito parte al galoppo e guadagna terreno, ma tu con la potenza dei posteriori lo insegui, lo raggiungi e cerchi di morderlo. Il gioco continua.
Vi osservo, alcuni giorni sono ottimista, altri giorni scuoto la testa sconfortata.
Prima che tu arrivassi avevo preparato un ricovero per te e le prime sere vi separavo in due recinti diversi, con ciascuno la sua stalla. Poi ho unito i recinti, sono rimaste le due stallette, entrambe aperte. Cerco di capire dove dormite: insieme? non lo so. Chissà se la notte, sospesa la sfida per la dominanza, la gara per il mio affetto, il gioco e la provocazione, chissà se vi mettete vicini, a respirare lo stesso fiato, a sospirare gli stessi pensieri.
Il fieno lo mangiate vicini, tranquilli. Quando vi dò pezzi di mela o carota aspettate disciplinati il vostro turno, facendo un passo indietro prima di prendere il cibo. Grazie a te Biscotto mi rendo conto di quanto Pepito sia ben addestrato: molte cose che lui sa fare e che io ormai davo per scontate, come se fossero naturali, mi accorgo che tu non le conosci, che ti comporti diversamente. Mi riferisco a cose come "cedere" o "andar contro" alle pressioni, come indietreggiare, girare ad un mio cenno col capo, fermarti se io mi arresto, camminare al mio fianco, lavorare in libertà. Cose che si imparano stando insieme ore giorni anni. Condividendo un cammino, una mela, una notte sotto le stelle.
Tu Biscotto queste esperienze non le hai fatte. Questa condivisione non la conosci. Forse non hai mai dormito sotto le stelle con il tuo amico umano... forse lui nel suo sonno non ti ha mai sognato.
Tu Biscotto sai correre. E' questo che facevi. E' questo che hai dovuto fare, per anni.
Qualche giorno fa arriva la telefonata: sei qua da un mese, devo decidere. Non ti ho ancora sognato, nei miei sonni: quel segno, che aspettavo, non è ancora arrivato. Ma devo decidere.
Si, Biscotto, si: ti tengo con noi!
Tu e Pepito con il tempo diventerete amici. Il palio sarà solo un ricordo. E non dovrai più correre.
Ciuffo
Commenti : 5
platero il 26-Nov-2015 in Generica
Oggi compi un anno. E ti chiami Ciuffo. Ho mille pensieri, e mille volte avrei voluto scrivere di te, e di tua mamma, Dosolina. Ma non sono mai riuscita a farlo. Il popolo di Raglio.com, quello che era già (o ancora) sul sito due anni fa, ricorda che il primo dicembre 2013 Dosolina è arrivata da noi. Bianca, come un fiocco di neve. Con Pepito è stata subito amicizia, anzi: amore. Sembravano una cioccolata con panna: lui grande e marrone, lei soffice e bianca, sempre vicini, sempre insieme. E ad Aprile un'ecografia ha confermato il mio sospetto: Dosolina era gravida. Ma tuo padre non poteva essere Pepito, asino castrone. Allora abbiamo attribuito la paternità a Valentino, il piccolo asino stalloncino sardo con cui Dosolina viveva prima di arrivare qua, per trascorrere da noi i mesi invernali. La gravidanza era inattesa e sorprendente, Dosolina aveva solo due anni e mezzo e non avrebbe dovuto farsi carico di una nuova vita, in quella tenera età, quando lei stessa stava ancora crescendo. Essendo in stato interessante credevo che il suo proprietario l'avrebbe tenuta, magari decidendo per lei un destino di fattrice. Invece un giorno me la fece caricare su un camion e la cedette a un suo amico e vicino di casa. Il quale, di colpo, passò da zero a quasi tre asini, perchè oltre a Dosolina acquistò anche la piccola Sally, puledrina di sei mesi, che, separata dalla madre, cercò sin da subito di farsi adottare da Dosolina, che invece non se la sentì di rivestire quel ruolo anzitempo. Dosolina e Sally si trovarono a vivere in un terreno enorme, e molto vario, sia come morfologia che come vegetazione, spazio che condividevano con quattro pecore, come anche la stalla. Le mie visite erano frequenti, e non placavano il dolore che provavo per non aver deciso in tempo di tenere Dosolina con noi. Le difficoltà sarebbero state tante, ma rimpiango di non averle affrontate e di non aver trovato il modo di tenere Dosolina, gravida di te, con noi. L'attesa della tua nascita era accompagnata dalla curiosità riguardo al tuo aspetto. Tutti sapevano che io, sotto sotto, mi aspettavo di trovare un puledrino grosso e col pelo marrone scuro. Un Pepitino in miniatura. Ma tuo padre era grigio, tua madre bianca. Il 26 Novembre il vecchio proprietario mi chiama e mi annuncia che sei nato, che sei un maschietto, ma che la tua mamma ti rifiuta. Così il primo latte lo prendi da un biberon. Mi angoscio all'idea che Dosolina ti rifiuti e immagino che l'attuale proprietario non abbia né tempo né voglia di farti da mamma e nutrirti artificialmente per mesi e mesi. Corro da voi! Chissà di che colore sei, chissà se sei un pepitino! Mentre mi precipito lì mi avvisano che, passato l'iniziale shock dovuto al dolore del parto, la piccola Dosolina ha iniziato a prendersi cura di te. Arrivo: sei un pupazzetto stropicciato e sporco e sei tutto bianco! Bianco come un fiocco di neve caduto in una stalla sporca, ma sei bellissimo! E Dosolina è una mamma amorevole.
E' passato un anno, da quel giorno. Ci siamo visti spesso, so che mi conosci e che ti diverti quando vengo a trovarti, perché giochiamo e corriamo e poi ho quella macchinetta con cui ti scatto tante foto e tu cerchi sempre di portarmela via. Ieri sono venuta a farti gli auguri per la ricorrenza di oggi. Correvi felice, giocavi con la bellissima Sally vantandoti di essere più alto di lei, che ha già due anni. Infatti, entrambi siete figli di Valentino, il piccolo stalloncino sardo, eppure già a sei mesi eri alto come lei, che ha un anno più di te. E' strano, no? che tu sia così grande, visto che tuo padre è basso...Molto strano, ti osservo e immagino che diventerai alto come... ecco: come Pepito! Anche l'atteggiamento da monello e la tua tenera prepotenza mi sono familiari... Ma tu scuoti il tuo ciuffo bianco e mi ridi in faccia, come a dirmi: tu sei matta! hai ragione, Ciuffo bianco, sono completamente matta!
Loro e noi.
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platero il 14-Dic-2014 in Generica
Noi umani abbiamo un cervello forse superiore a quello di un asino. E purtroppo a volte lo usiamo e di questo ce ne facciamo addirittura vanto. Così può succedere che pensiamo, valutiamo, soppesiamo, prevediamo il futuro imprevedibile e infine decidiamo. A malincuore, ma decidiamo. Poi un giorno il dubbio di aver sbagliato diventa certezza. Allora può essere che proviamo un lieve rammarico, oppure un atroce dolore. Il cuore, che era stato messo a tacere, si sfoga con mille parole emozioni sensazioni, ci rinfaccia tutto il nostro raziocinio. E si sta così, per un po’. Male.
Poi si capisce che per stare meglio si deve nuovamente appoggiarsi alla ragione. Valutare considerare e accettare. Consapevoli che le cose avrebbero potuto andare diversamente. Avrebbero dovuto. Ma ormai è così.

Dosolina stava con noi, ma apparteneva al commerciante. Era in vendita. Mi era stata offerta, ci avevo pensato a lungo, ma infine avevo rifiutato. Poi scoprimmo che era gravida. Sia io, sia il commerciante, non abbiamo mai rinunciato al sospetto che fosse stata ingravidata da Pepito. Asino castrone. Alla scoperta della gravidanza, pareva che il commerciante avesse deciso di tenerla lui, come fattrice. Invece un giorno mi disse di averla venduta. Un suo amico compera, di botto, un'asina gravida e anche una puledrina di 6 mesi. Ha un immenso terreno. Ci sono anche le pecore.

Ogni tanto vado a trovarla. Lei mi viene vicino, con la sua andatura dell'incontro, a passetti brevi, uno alla volta, si accosta alla mia gamba e lentamente si appoggia a me. Fa finta di guardare altrove ma so che mi guarda. Con i suoi bellissimi occhi neri. La sua pancia è sempre più grossa. Le chiedo scusa per non averla tenuta con me. Lei non risponde, ma lascia che la accarezzi il ventre. Poi arriva la piccola Sally, e Dosolina la caccia via. Io sono lì per lei. E lei questo lo sa, lo capisce. Forse ciò che non capisce è perché non è più da me, da Pepito. Le dico che non lo capisco neanch'io. Non lo so più, il perché.
Adesso lei è lì, con la piccola Sally. C'è un immenso terreno. Ci sono anche le pecore.

Il puledrino nasce il 26 Novembre, è passato esattamente un anno da quando Dosolina arrivò da noi e conobbe Pepito. 12 mesi, la gestazione di un'asina. Grigio come Valentino, lo stallone con cui Dosolina viveva prima di venire da noi? Cioccolato come Pepito? No: bianco come un fiocco un neve. Bianco come Dosolina.
Dosolina non sa niente di "calori stagionali ad andamento positivo". Dosolina non ha messo in conto la stagione fredda, la neve, le poche ore di sole, il terreno ghiacciato, l'assenza di erba fresca per rinforzarsi durante l'allattamento. Dosolina non ha pensato. Non ha soppesato. Non ha previsto il futuro. Lei ha seguito il suo cuore. Si è accoppiata e ora ama il suo puledrino.

Vado spesso a trovarli. Lui corre felice, Dosolina è una mamma bravissima e non lo perde di vista un attimo. La piccola Sally finalmente potrà giocare con qualcuno. Stanno bene. C'è un immenso terreno. Ci sono anche le pecore.



il viaggio "C"
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platero il 30-Ago-2014 in Generica
A volte si pensa di essere ad un passo dalla realizzazione di un sogno. Un piccolo scatto in avanti e via… lanciandosi un po’, un colpo di reni, uno scatto di coraggio, e la coda di pelo appesa sopra ai seggiolini della giostra sembra già tra le mani. E la si porta come un trofeo fin giù, a terra, dove gli altri sono rimasti a guardare, nasi all'insù. Aspettando non si sa bene cosa.
Ma a volte succede che in quel piccolo lasso di tempo, tra l'immaginare e il fare, altri pensieri ti fanno soffermare. Allora ti appoggi allo schienale e rifletti. Pensi che sì, essere in Toscana con l'asino non è cosa che capita tutti i giorni, si deve approfittarne. Perchè tornare a casa in camion oggi per fare il solito giretto nei dintorni famigliari domani, quando , ora, ci si trova in terre nuove e affascinati, tutte da scoprire al passo lento? Sarebbe da sciocchi lasciar perdere l'occasione.
Allora ti entusiasmi, prepari una bozza di percorso, stabilisci delle possibili tappe, cerchi dei punti ove sostare, contatti qualche asinaro, che non conosci e che poi diventa tuo amico, chiedendogli qualche dritta, qualche indicazione.
E poi quest'anno l'Estate è anche fresca. Ma non in Toscana. La Toscana: stupenda regione, giustamente famosa, giustamente rinomata, ovviamente valorizzata. Ad Agosto in Toscana non si trova un bed and breakfast, né un agriturismo che possa accoglierti per una notte. Tanto più se sei un po’ trasandata e con un asino, grosso, al seguito. La piscina occupa tutto lo spazio ove forse avresti potuto preparare un recinto temporaneo per la notte. Il prato è verde di due centimetri erba, ogni stelo sembra posato ad arte. Allora pensi alle fattorie. Vai a cercarle (c'è anche chi è gentile e ti accompagna in moto…). Ma le aziende agricole non hanno nulla a che vedere con l'immagine di aie polverose e tettoie oscure, profonde; non si vedono fienili, né recinti. Cerchi di immaginare come potreste sistemarvi, per una notte, tu e lui, il tuo amico grosso, ma non riesci a vedere nessun bel quadretto di civiltà agreste. Allora raccogli il coraggio e provi ad immaginare una notte in totale autonomia, nel nulla. Ma non c'è il nulla. Ci sono i pittoreschi vigneti, con i filari ordinati e una vanitosa pianta di rose come sentinella. Ci sono i brulli oliveti, un po’ d'ombra, la terra bella, l'odore buono. Immagini la tenda e il cordino tirato attorno a 4 alberi, così da formare un recinto. Ma il recinto c'è già. E' fuori, impenetrabile, tutt'attorno agli oliveti, tutt'attorno ai vigneti. Per i caprioli. Per i cinghiali. Ciò conferma la presenza di questi animali, che alla sera gironzolano, per i fatti loro, riempiendo questo non nulla di una fitta vita notturna nella quale ti sentiresti spaesata, forse anche un po’ impaurita. Ma i tre fili elettrici attorno alla coltivazione rendono vane anche possibili prove di coraggio.
E poi fa caldo, si deve camminare all'alba e alla sera e di giorno sostare. Dove?
Hai la cartine, un taccuino con tanti numeri di telefono, e qualche appunto.
Dividi le cartine e le pagine del taccuino. Ne fai due mazzi, anzi, tre. Viaggio "A", viaggio "B", viaggio "C". Lungo, medio, corto.
Guardi l'asino. Sta riposandosi, in fondo alla stalla, al buio, al fresco. Sin dai primi giorni, con prepotenza e con la sua mole, ha imposto agli altri asini la sua presenza nel punto più profondo del ricovero e ogni pomeriggio trascorre alcune ore in riposo. E in compagnia. Intanto dai la medicina a Piuma e vai a guardare il coniglio Armando. Qualche volta fai qualche lavoretto, solo se ne hai voglia. Aspetti la sera, per stare di nuovo un po’ con l'asino, quando uscirà dalla stalla.
Poi un mattino gli metti il basto, quello da lavoro, lo carichi, saluti con un ultimo sguardo tutte le creature del ranch e vi avviate.
Sapete quale sarà la prima tappa, ma non quale sarà l'ultima.
Il ranch è sempre più lontano, la coda di pelo sopra alla giostra è ancora lì, appesa. Con un salto forse riusciresti ad afferrarla. Ma cominci a dubitare che quel trofeo ti interessi davvero. Vi incamminate, cloppete cloppete, il suo muso ogni tanto ti sfiora. Respiri a fondo l'odore di Toscana. Raccogli da terra alcuni aculei di istrice: sulle tue montagne non ci sono gli istrici. Le tue montagne. Impervie e verdi, fredde e senza recinti. Lui cammina dietro a te.
E all'improvviso capisci qual è il tuo sogno: non è la coda di pelo che pende sopra alla giostra per essere afferrata dai più audaci, non è il trofeo con cui si premia la grande impresa, né la targa commemorativa che la celebra. Il tuo sogno è questo. Il suo respiro nelle tue orecchie. Il cloppete cloppete dei suoi passi a ritmo coi tuoi.
E' l'essere insieme, il partire o non partire insieme, l'aspettarsi adeguandosi alle esigenze dell'altro, il preoccuparsi per la sua sete prima che per la tua, il camminare piegata verso di lui per cacciar via i tafani che cercano di ucciderlo, il fargli domande e trovare risposte.

Pepito ed io siamo tornati a casa. Alle nostre montagne impervie e fredde. Abbiamo vissuto una bell'esperienza al ranch Margherita, e poi siamo partiti. Il nostro viaggio è stato quello C. "C" come corto, "C" come Chianti. Non posso definirlo una grande impresa. Ma è stato il nostro piccolo viaggio nel Chianti ed è stato stupendo.


con tre passi avanti e uno indietro si procede comunque
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platero il 08-Apr-2014 in Trekking
E ieri abbiamo ripreso il cammino. L'amico, Pepito ed io. I tre di un anno fa. Sulle nostre impronte abbiamo ripercorso la stessa strada, tranne due brevi varianti per smarrimento del sentiero. Prima di raggiungere il prato che precede il ponte ci siamo promessi che non solo non avremmo esitato, non avremmo parlato, ma addirittura ci siamo vietati il solo pensiero del ponte... Vocabolo bandito dal nostro vocabolario e immagine censurata dalla nostra mente. Pepito non doveva percepire nulla. Così arriviamo disinvolti, l'amico davanti, poi io con Pepito. Ad un metro dal ponte lui si blocca. Non c'è verso di convincerlo. Il film dell'altra volta, tale e quale. Sinceramente eravamo quasi sicuri che questa volta sarebbe passato senza neppure fermarsi. Dopo aver camminato quest’Estate avanti e indietro su ponti di ferro, di legno e di pietra, su passerelle traballanti, su impalcati a fessure sotto quali si percepiva il vuoto, su ponti lunghi e su ponti stretti, questo piatto ponte in pietra che quasi non sembra neppure un ponte, non avrebbe proprio dovuto preoccuparlo. Invece no. Pepito guarda l'imbocco del ponte, o forse la salita che lo segue, o forse il versante ripido, o il ruscello rumoroso sotto, o chissà cosa. Ma si ferma. Anche questa volta.
L’amico è sorpreso quanto me. E quasi un tantino a disagio, a dover essere spettatore della mia nuova, ripetuta sconfitta. Si, in un certo modo è una sconfitta perché non riesco a trasmettere a Pepito quella fiducia che sarebbe necessaria per fargli superare la paura. Ma, ancor più triste è constatare che non son riuscita a creare un legame che lo spinga a voler proseguire il cammino con me. Per fare qualcosa un asino deve essere motivato…
Bene, se allora mi devo sentire sconfitta, almeno che ciò avvenga a pancia piena. Ma caro il mio Pepito, no, questa volta proprio non ti lascio libero in questo bellissimo prato a mangiare anche tu. No, ti lego ad un albero e te ne stai lì, ad aspettare. Annodo uno spago attorno ad un albero e lego la longhina allo spago. Non gli dico niente. Tolgo dal suo zaino i nostri sacchetti. Mi siedo su sasso, a qualche metro da lui, e l’amico ancora più in là, su un tronco. Lui ci guarda. Dopo un panino, l’amico si allontana in direzione opposta, io vado al ponte, che è seguito da un altro ponte simile, appena più corto e con imbocco in curva, anziché frontale e, come già fatto dieci minuti prima, li oltrepasso e salgo un pezzetto. Pepito, solo, raglia. Passano 5 minuti, entrambi torniamo, rimetto il mio sacchetto ancora quasi pieno nello zaino d’asino e poi, con l’amico, ce ne andiamo, oltre il ponte, dieci passi e siam nascosti là.
Pepito è legato all’albero e ci vede andare. Raglia una volta e fissa il punto ove siamo spariti. Ma, a differenza dell’anno scorso, questa volta non è libero nel prato. L’anno scorso ragliava, correva lungo le rive del torrentello, si disperava, ma non attraversava il ponte per raggiungerci. Tra un gesto di disperazione e l’altro, non disdegnava qualche boccata d’erba. Era libero di attraversare e venire da noi. Ma non riusciva a farlo. L’anno scorso la lotta era tra sé e la sua paura. Quest’anno è legato. Ci vede andare. Desidera stare con noi. Si, ha paura del ponte, ma mentre si agita, il suo avversario non è il ponte, ma la corda che lo tiene legato all’albero. Il nemico cambia. Il suo sforzo cambia obiettivo: liberarsi, per raggiungerci. Decido di tornare per modificare il nodo al cordino e far sì che dopo qualche strattone si possa sciogliere facilmente. L’idea è di fare ciò e poi tornare di là dal ponte e aspettare che Pepito, liberatosi dopo un po’ di strepiti, arrivi al galoppo da noi. Ma quando son lì all’albero d’istinto slego il cordino, prendo la longhina e mi avvio, senza una parola, con lui che mi segue quasi attaccato. Percorro il prato e arrivo al ponte, sono in apnea. Non cambio andatura, proseguo, orecchie tese al rumore degli zoccoli. Il braccio che aspetta lo strattone. Il rumore continua, stesso ritmo, il braccio non viene strattonato. Siamo di là. Non parlo. Dieci metri dopo ecco l’altro ponte, cinque passi, e siamo oltre. Respiro. Abbraccio Pepito. Sorrido all’amico. Pepito affronta il ripido sentiero al piccolo trotto, devo trattenerlo. Anche lui si sente leggero, ora che ha lasciato alle spalle la paura e scelto di venire con noi.
Dosolina dai denti da latte
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platero il 04-Apr-2014 in Generica
Dosolina viene verso di me, con il suo piccolo trotto. Mi si ferma di fianco e sta lì. E’ a pochi centimetri, mi sfiora appena. Mi guarda senza farsi vedere, ma io so che mi sta guardando. Sento i suoi occhi scuri, bellissimi, delineati da una linea nera, che osservano ogni mio movimento, ogni mio sguardo. Le accarezzo il dorso, poi le spalle. Prevedo che tra poco lei si appoggerà contro alla mia gamba. Invece arriva lui. Di gran carriera e con le sue solite orecchie indietro. Mi si para davanti. Lo saluto e allungo una mano verso il suo muso, ma lui si è già spostato di lato, abbassa la testa verso una gamba anteriore di Dosolina, apre la bocca e fa la finta di mordere. Col corpo si frappone tra me e lei e la spinge via con una musata decisa e che non ammette repliche. Lei si allontana di qualche passo, remissiva e aspetta paziente. Ora siamo solo io e lui: lo rimbrotto a voce e mi dirigo verso il ripostiglio. Pepito allora va da lei, deciso, sembra voglia incolparla del mio essermi allontanata, e punirla, ma il suo muso trova la morbidezza della sua lana bianca e lui ve lo sprofonda.
Sono amici.
Dosolina sembra sapere che il suo posto è un passo dietro a lui, nel loro rapporto con me è come se lei gli concedesse un qualche privilegio di primogenitura. Lui, non lei, è il mio asino. Lui glielo fa capire con atteggiamenti di gelosia. Mi chiedo quanto anch’io contribuisca a darle l’impressione di essere al secondo posto. Loro studiano ogni nostro atteggiamento e osservano ogni nostro gesto. Non servono le parole, a loro. Sembra che ci vedano dentro. Lei avrà visto Pepito al centro del mio cuore. D’istinto mi chiudo la giacca sul petto, provando qualcosa di imbarazzante simile forse a un senso di colpa.
Dosolina la guardo dall’alto curvandomi su di lei. Pepito è lui a guardare me dall’alto. Ma anch’io, per guardarlo alzo la testa, col mento teso in avanti. Eppure no, non c’è sfida tra noi due. C’è un rapporto paritario. Siamo uguali, io e lui.
Con lei, invece, così piccina, mi viene da proteggerla. Quando guardo i suoi quattro zoccoletti, posati raccolti, vicini, provo sempre una grande tenerezza.
Nel recinto grande ognuno cerca il suo spazio, uno mastica un ramo qua, l’altra scava in cerca di radici, là. Ma ogni poco, li rivedo insieme, uno accanto all’altra, spesso muso contro muso, a dividersi un filo d’erba. Se lei si ritira nella stalla, poco dopo lui la raggiunge. Se lui perlustra il perimetro del recinto, lei lo segue premurosa. I pasti li consumano insieme: non un mucchietto di fieno ciascuno, ma condividendo entrambi i mucchietti.
Vanno d’accordo. E sono belli insieme, bianca e marrone. Panna e cioccolato.
E’ strano, Dosolina non è più andata in calore, dopo quei primi tre giorni di Dicembre, al suo arrivo qua. Appena entrata nel recinto e presentata a Pepito, l’ha sollecitato ad una conoscenza più intima, e per tre giorni mi è stato difficile scattare una foto che non fosse un po’ osé! Da allora nessun calore. Sarà che è ancora giovane, ha solo due anni e mezzo. Magari in Inverno le asine di buon senso non vanno in calore onde evitare di far nascere il puledrino nella stagione fredda. Chissà… E poi, suvvia, come potrebbe mai essere! Pepito è castrato. Ho assistito all’intervento, che è stato eseguito da ben due veterinari, uomini di cavalli e di asini, medici esperti. Non proverò mai l’emozione di cercare in un puledro le sue frange nelle orecchie o la forma tonda della sua groppa. Pepito non può essere padre, l’ho deciso io, senza neppure aspettare che lui potesse scegliere. Noi umani crediamo sempre di poter controllare tutto.
Eppure, quella pancia, mi sembra un po’ ampia e bassa. Strana. E ormai è Primavera, tempo di calori e di amore. La piccola Dosolina non mi rivela alcun segreto del suo passato. Ma io l’ho anche visto, quell’asinello sardo, grazioso Valentino, compagno di recinto e di scorribande, prima del trasferimento qua. Di Valentino non ho mai parlato, a Dosolina, per non rischiare di riaccenderle un ricordo e intristirla di nostalgia. Ma forse ora è il caso di informarmi. Si, erano amici, anche fidanzati. Potrebbero aver progettato un’unione stabile, con prole. Va bene, legittimo, lei può tornare da lui, e Pepito, beh, ce ne andremo insieme, una vacanza, io e lui. Poi… si vedrà.
Ma molti dubbi rimangono: un’asina gravida non dovrebbe andare spudoratamente in calore e corteggiare un castrone per farsi nuovamente coprire! No, infatti. Io non ho esperienza, chiedo a chi dovrebbe sapere e mi dicono che un’asina gravida non va in calore e respinge qualsiasi maschio intenzionato a coprirla.
Ma allora? sarà solo grassa.
Il proprietario della piccola con la pancia grande vuol fare luce sulla questione.
La spazzolo come se fosse una pecora da mettere nel presepe. La lego e mi segue fuori dal recinto e su, verso la casa fornita di corrente elettrica. Pepito ci vede andare. Per la prima volta esco con un altro asino e lo lascio lì. Per la prima volta Dosolina se ne va con me e lo lascia lì. Che ragli! Tutta la valle raccoglie il messaggio del suo disappunto. O che sia disperazione? Per rispondere lei si ferma: deve inspirare tanta aria e camminando non riesce. Alza la testa e raglia, stridula e disperata. Raglia mostrando il buco del picozzo caduto ieri l’altro: piccola Dosolina, dai denti di latte! Ci fermiamo in un prato, due foglie, un fiore, addolciamo l’attesa. Poi tutto avviene nei modi e coi tempi con cui queste cose devono avvenire. Temo che il rapporto di fiducia che abbiamo costruito in questi mesi vada in frantumi in pochi attimi in cui la forza scavalca il dialogo e la contrattazione. «Stai ferma o ti teniamo ferma noi.» Non puoi chiederle questo. Un’asina alla quale si infila un ecografo nel ventre non sta ferma perché si fida di te. Sarebbe troppo. La teniamo ferma noi e il veterinario procede. Spento tutto, Dosolina libera, che neanche si allontana. Anzi, si appoggia ad una mia gamba. Il proprietario che si liscia i baffi. Le due vicine, statue in attesa che ora tirano un respiro di sollievo. Il veterinario che ripone i suoi strumenti. Luce è stata fatta: Dosolina aspetta un puledro!
Ed io? non so. L’accordo era: non gravida- la acquisto e sarà anche lei la mia asina! gravida- la tiene il proprietario.
E ora? resterà? se ne andrà? e quando? ed io? e Pepito?
Scendiamo verso il recinto, Pepito è al cancello, anche lui teso nell’attesa. Lei ora è tranquilla, io no. Sono emozionata. Dosolina aspetta un puledrino! Come si fa a non essere felici ad una notizia così bella? Mi sento felice. E cosa succederà poi ora non riesco e non posso pensarci. La guardo trotterellare di fianco a Pepito.
Piccola Dosolina dai denti di latte! Il puledrino sarà bianco come te, o grigio come Valentino, suo padre? se provo ad immaginarlo, io lo vedo pezzato bianco e marrone. Panna e cioccolato.
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